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Non so bene come giustificare il fatto che dopo 21 anni ho finalmente cambiato portafoglio. Sì, finora ho vissuto con il mio portafoglio dei 13 anni, una schifezza in acrilico e di taglio sportivo (ma può un portafoglio essere sportivo?), marca Sergio Tacchini e di colore verde zombie.

Il motivo di questo ventennio abbondante di perfetta aderenza tra la mia chiappa sinistra e il suddetto prodotto di Sergio Tacchini? Niente di serio: mi ero un po’ convinto che fosse un oggetto fortunato.
Profezie autoavverantesi, proiezione di positività su oggetti simbolici, pigrizia. Tutto insieme.

Ora l’ho sostituito con uno di quei portafogli miracolosi e ultrasottili, fatti col tessuto degli spinnaker delle barche a vela e quasi non mi sembra di portarlo in giro (e già lo so che rischio di perderlo alla prima occasione), tanto che mi tocco ossessivamente sulla tasca per controllare di averlo. Sembro un po’ un deviante per questo, ma vuoi mettere la leggerezza?

Dentro il vecchio portafoglio, tra l’altro, vent’anni di vita:

- la tessera da obiettore di coscienza con l’anno di scadenza taroccato (così per anni ho viaggiato in tram gratis)

- il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti recuperato da un amico, con i dati cancellati e utile per tutte le operazioni di social engineering (con cui sono entrato nel Duomo mentre bruciava e ho raccontato la disgrazia in diretta radiofonica, salvo farmi arrestare e liberare seduta stante alla seconda ora di trasmissione; ma anche la tessera che mi ha salvato più volte da manganellate certe alle manifestazioni e la stessa con cui entro nell’outlet riservatissimo di Armani, dopo aver convinto le impiegate che noi giornalisti abbiamo una convenzione)

- il congedo illimitato provvisorio, casomai lo Stato mi chiamasse a fare il soldato come in un incubo kafkiano

- il foglio rosa: ho la patente, ma preso dall’ansia porto anche in giro questo, vai a capire perché: insicurezza?

- 2 fototessera di mia moglie in cui sorride e 2 fototessera mie di secoli fa in cui sembro un anziano e indosso un golfino grigio con la cerniera che metterebbe il magone perfino a Giumbolo

- una utilissima moneta da 10 lire, che rivela una mia segreta per i Cugini di Campagna e che stava nel portafoglio per un motivo preciso che ora non ricordo più

- un foglio a quadretti di un diario, estorto ad una festa, con su l’indirizzo e il telefono fisso di una tipa che mi piaceva a 17 anni e che non ho mai avuto il fegato di chiamare e di cui ora ho scordato il nome (mi pare Stefania, ma forse Noemi: due nomi davvero simili…)

- dei franchi svizzeri (strano, perché non metto MAI soldi nel portafoglio, li tengo sempre sparsi per le tasche) risalenti forse alla mia ultima visita in Elvezia, ma anche in questo caso non mi ricordo

- una pila di biglietti da visita, tra cui quello quasi porno di una fashion designer milanese incontrata ad un aperitivo di Style.it e a cui evidentemente non ho fatto caso o di cui non mi ricordo, varie moo-card tra cui un paio notevoli, varie tessere d’iscrizione a circoli ricreativi fasulli dietro cui si nascondono ristoranti più o meno validi

- vari scontrini scoloriti, tutti di regali fatti a terzi e frutto dell’ormai proverbiale “conservi lo scontrino se per caso il regalo non va bene o non è della taglia giusta”, per cui ogni giorno è il 27 dicembre (il giorno in cui si cambiano i regali) 

- qualcosa scritto di mio pugno su un foglio a quadretti e ormai sbiadito col tempo, che non riesco a capire se è una poesia ermetica di quando avevo 16 anni, la scaletta di un giornalino del liceo o una lista della spesa; avessi uno scanner, allegherei prova fotografica per scatenare il vostro istinto da piccoli Grissom.

- una collezione di card di Mediaworld, Fnac, Saturn che mi ricorda ogni santo giorno che non c’è un numero di flessioni sufficienti a nascondere al mondo il fatto che sono un nerd, sotto sotto

- un mozzicone fossile di post-it con su scritto “Loredana” e un numero fisso col prefisso di Alessandria, vecchio di 15 anni almeno (e non ho proprio idea di chi sia questa Loredana, anche perché dove lavoravo ad Alessandria erano tutti uomini, ma forse è un post-it che ho preso a Riccione: ho ricordi vaghi)

- una carta d’identità in cui sembro un ultras del Toro (con tanto di maglia ad hoc) e una patente ancora in carta-tessuto in cui sembro un b-boy e indosso una felpa molto “street”

- una sottilissima lamina di metallo, grande come una carta di credito con su scritto “Partito Comunista Italiano, oggetto numero 3854D” in argento su rosso comunistissimo e staccata da una cassaforte del PCI torinese dismessa

- un bancomat del Credito Cooperativo, bruttissimo a vedersi, senza nome e malfunzionante, una Visa sempre del Credito Cooperativo, piuttosto usata e in via di sbiadimento (ma tanto scade a breve)

Alla fine il povero rottame verde e ormai plasmato per l’eternità con la forma di parte del mio didietro è una sorta di capsula temporale, cioè quelle scatole ermetiche di metallo che seppelliscono o cementano nei piloni di un ponte, auspicando che i posteri un bel giorno ricordino i tempi che furono.

Dopo 21 anni può andare tranquillamente in pensione (tempo 2 giorni e poi mi passa la nostalgia canaglia e lo butto), tanto il 90% dei pezzi di passato che tira fuori mi fanno produrre dei disastrosi “non ricordo”.  Attaccarsi al passato, soprattutto se remoto, non è così sano, no?

 

* non è un errore di battitura: è che davvero non mi è partito l’amarcord, anche perché non mi ricordo una mazza! E il simpatico calembour è parzialmente merito/colpa di Diletta.

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L’indignazione è un curioso sport molto praticato. Anzi, è come la ginnastica simmetrica: un’attività fisica che, gira e rigira, finisci sempre per fare in luoghi non consoni, nel momento sbagliato e anche un po’ alla cazzo di cane.

Quindi è normale trovarsi di fronte a scene agghiaccianti e contemporaneamente all’indifferenza più assoluta da parte della gente che passa, così come è altrettanto normale che l’indignazione monti come un geyser inatteso per cose su cui, boh, avresti al massimo sprecato un mezzo punto esclamativo.

L’ultimo caso di indignazione incomprensibile è scoppiato all’improvviso quando si è scoperto che un giornalista del Rocky Mountain News di Detroit ha seguito in diretta via Twitter il funerale di un bambino che era stato vittima di un incidente in una gelateria qualche giorno prima.

E’ scoppiata una polemica notevole. Un giornalista racconta minuto dopo minuto le fasi salienti di un funerale via Twitter e questo è un male e forse è la dimostrazione che il Web 2.0 genera mostri, almeno così concordano tutti gli indignati, accorsi numerosi a stracciarsi le vesti in piazza.

 

COSA CAMBIA?

Sarò fesso io, ma il seguire la diretta giornalistica di un funerale via Twitter non mi indigna più di tanto. Anzi, riformulo. Mi indigna, ma non è il fatto che avvenga via Twitter. Mi urta che si trovi “notiziabile” un funerale privato.

Basta accendere la tv ogni giorno e ad ogni TG ecco le telecamere che penetrano la privacy delle persone, ecco le ormai abusate immagini di madri trafitte dal dolore in chissà quale funerale, ecco il close-up sulle macchie di sangue, sul braccio del defunto che spunta dalla body-bag o alla peggio sul citofono della vittima. Tutto congiura a metterti knee-deep nel mare di lacrime altrui, a sbatterti mostruosamente in prima pagina con la mostruosità degli eventi. 

Pornografia del dolore? Esattamente quella. Con anche punte estreme, roba per palati forti, come l’intervistatore ardito che si piazza di fronte ai parenti delle vittime nel momento peggiore, quando se va bene stanno in piedi perché non riescono nemmeno a svenire, e pone questioni fondamentali tipo “Cosa ha provato quando le hanno detto che suo figlio è stato stritolato da un autotreno?”. E mai nessuno che risponda “un lieve solletico” e migliori il mondo sparando in fronte all’intervistatore: tutti a piangere, sbavare, delirare. E noi lì che guardiamo. Un po’ inquietati, un po’ rapiti. Con la stessa erotica attrazione che ci fa rallentare e guardare quando passiamo accanto ad un incidente stradale.

Mi chiedo, quindi, cosa ci sia di tanto diverso, nel raccontare un funerale via Twitter, dal propinarci via etere inutili dosi audiovisive di dolore, dal fare del sensazionalismo sui traumi altrui.
Cosa cambia?

Cambia il mezzo. E francamente, pur trovando ributtante che si segua giornalisticamente un funerale (che non sia un funerale di Stato o qualcosa di simile), ho l’impressione che sotto sotto Twitter sia un mezzo molto meno violento, rispetto alle telecamere, per raccontare un evento doloroso.

 

L’INDIGNAZIONE A SENSO UNICO DEI MEDIA

Ecco perché l’indignazione riguardo questo evento, pompata ad arte dai media, mi suona stupida e smaccatamente eterodiretta, perfino peggio della ridda di inutili notizie di quest’estate, volte a screditare le compagnie aeree low-cost (ve ne siete accorti?) giusto mentre ripartiva l’affaire Alitalia.

Cioè, mi indignassi io, che a volte sono in imbarazzo ai funerali altrui perché mi sembra di presidiare spazi di dolore degli altri che non so quanto desiderino mostrare, capirei.
Ma se si indigna Repubblica o il TG5 (ho fatto due nomi a caso) finisce che mi incazzo.

Mi arrabbio perché mi chiedo con che faccia i media che praticano il peggiore giornalismo pornografico e crudele possano criticare chi fa esattamente come loro, semplicemente usando un servizio online.

Si aspettavano forse che Internet, visto il loro ruolo di cattivi maestri, avesse un’etica migliore? Ma soprattutto, i parametri etici che applicano i media quando parlano di Internet sono gli stessi che praticano quotidianamente nella loro attività?

Anni di televisione eticamente schifosa, di abuso violento del diritto di cronaca (un amico giornalista mi raccontava di come alcuni cronisti di nera entrino nelle case dove magari è avvenuta una disgrazia e, incuranti dei parenti affranti in lacrime, si mettano ad aprire mobili e cassetti alla ricerca di una foto della vittima da poter piazzare sul giornale, tanto chi li denuncia?), di microfoni sadici piazzati sotto madri in lacrime ci hanno completamente mitridatizzati.

E quindi, se uno segue un inutile e dolorosissimo funerale via Twitter, mi sorprendo perfino a pensare che sia un passo in avanti verso un giornalismo più civile.
Poi ci ripenso e mi rendo conto che no, non è così.

Meno male che il giornalista del Rocky Mountain News non ha scoperto Mogulus o Qix, consoliamoci in questo modo. Ma sarebbe giusto assomigliato alla tv. Solo, forse, ci avrebbe fatto meno effetto.

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